Dall'Elefantino di giovedì 26 giugno
Novità e paradosso, il partito modernizzatore all’americana ora lo fa D’Alema
Con Veltroni che non fa altro che smentire se stesso, e confermare invece un giudizio diffuso sulla sua inabilità alla leadership politica forte, sulla sua volatilità, D’Alema si permette ben altro che analisi sofisticate. Lettori del Foglio on line, che ne pensate? Dite la vostra su Hyde Park Corner

Con Veltroni che non fa altro che smentire se stesso, e confermare invece un giudizio diffuso sulla sua inabilità alla leadership politica forte, sulla sua volatilità, D’Alema si permette ben altro che analisi sofisticate. Si permette di irridere l’idea di un partito ortodosso, unitario, apparatizio, senza correnti, raccolto per disciplina attorno al suo leader, e fa lui quel partito all’americana delle Fondazioni e delle Associazioni e dei parlamentari liberi che Veltroni non ha avuto il coraggio di costruire, dopo prime tentazioni che avevamo raccolto con interesse (e in parte stimolato). Un partito che si proponga modernizzatore, che nasca dalla fine delle esperienze democristiana e socialista, che si battezzi democratico, all’americana, deve darsi una struttura nuova, a noi questo sembra ovvio. Benvenuto D’Alema.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
